Se esiste un oggetto capace di incarnare la libertà estiva, il sale sulla pelle e l’essenza stessa della “joie de vivre”, quella è la Citroën Méhari. Non è solo un’auto: è un paradosso ingegneristico che ha trasformato il limite in punto di forza, diventando una delle icone più longeve della storia automobilistica.
Genesi di un’icona: L’audacia di Roland de la Poype
La Méhari non è nata negli uffici ingegneristici tradizionali, ma dalla visione di un uomo straordinario: il Conte Roland de la Poype. Pilota decorato della Seconda Guerra Mondiale, asso dello squadrone “Normandie-Niemen”, de la Poype non era un costruttore d’auto, ma un imprenditore del settore plastico (fondatore della SEAB).
La SEAB (Société d’Exploitation et d’Application des Brevets): Fondata da Roland de la Poype, la SEAB fu il laboratorio dove la visione incontrò la realtà. Specializzata nella lavorazione delle materie plastiche, l’azienda fu pioniere nell’uso dell’ABS in ambito industriale. Oltre alla scocca della Méhari, la SEAB rivoluzionò il packaging moderno, creando il celebre flacone a “berlingot” (piramidale) dello shampoo Dop, rendendo la plastica un materiale di consumo quotidiano.
Stanco dei limiti della lamiera — soggetta a corrosione e peso eccessivo — presentò il prototipo ai vertici Citroën. La leggenda narra che la dirigenza approvò il progetto in soli dieci minuti. Il nome, proposto da Jacques Wolgensinger, richiama i Mehari, dromedari sahariani famosi per la resistenza. L’auto, infatti, fu concepita come un “cammello meccanico” capace di sopportare le condizioni più ostili.
Jacques Wolgensinger: Direttore delle relazioni pubbliche Citroën, è considerato il “padre spirituale” dell’immagine della Méhari. Fu lui a capire che l’auto non doveva essere venduta come un mezzo agricolo, ma come un “passaporto per la libertà”. Diede vita a eventi leggendari, come il Raid Liège-Dakar-Liège, trasformando la Méhari in un simbolo di avventura globale e consacrandola nel mito collettivo.
Il cuore tecnico: Un’eterna semplicità
La base meccanica è quella della Citroën 2CV (il leggendario telaio a pianale), ma reinterpretata in una veste minimalista.
- Motore: Il celebre bicilindrico boxer di 602 cc. È un capolavoro di semplicità: raffreddato ad aria, senza radiatore, senza pompa dell’acqua e con una manutenzione che può essere eseguita da chiunque abbia una scatola di attrezzi di base.
- Sospensioni: Il sistema a bracci oscillanti con molle elicoidali longitudinali è uno dei segreti del suo successo: permette all’auto di assorbire buche e irregolarità con una morbidezza che farebbe invidia a molti moderni SUV.
- La trazione 4×4: Prodotta tra il 1979 e il 1983, la versione a quattro ruote motrici è il “Sacro Graal” dei collezionisti. Aveva un cambio specifico con una marcia “ridotta” aggiuntiva, che le permetteva di affrontare pendenze fino al 60%. Venne utilizzata attivamente dalla Gendarmerie francese per pattugliare le zone montuose e come veicolo d’assistenza veloce alla Parigi-Dakar.
Il primato del materiale: L’ABS “colorato in massa”
La carrozzeria in ABS (Acrilonitrile Butadiene Stirene) fu una vera rivoluzione. A differenza della vetroresina, più rigida e soggetta a crepe, l’ABS era elastico.
- Colorazione: Il colore era iniettato direttamente nel granulato plastico prima della formatura. Un graffio profondo? Bastava una passata di carta abrasiva o, nei casi estremi, un po’ di lucidante.
- Manutenzione: Non arrugginisce. Questo è il motivo per cui, mentre quasi tutte le auto degli anni ’60 sono sparite, la Méhari è ancora qui. L’unico nemico reale è il telaio in acciaio sottostante, che può marcire se esposto costantemente alla salsedine.
Rivali e compagne di viaggio
La Méhari non ha dominato la scena da sola; il mercato delle auto da svago era un terreno fertile ma difficile:
- Renault Rodeo: La rivale più diretta. Basata sulla meccanica della R4, era robusta e pragmatica, ma mancava dell’appeal estetico della Citroën, apparendo più come un piccolo furgone da lavoro che come un’icona di stile.

- Mini Moke: L’antesignana britannica. Nata per usi militari, è un concentrato di divertimento “go-kart”, ma la sua scarsa altezza da terra e la scocca in metallo la rendevano meno efficace della Méhari sui terreni sconnessi.

- Fiat 850 Shellette: L’emblema del lusso. Disegnata da Michelotti, era una spiaggina d’élite per yacht e ville private; rarissima (solo 80 esemplari), rappresentava il lato sofisticato del settore.

- Fiat 126 Cavalletta (Il sogno infranto): Il prototipo del 1976 che avrebbe potuto sfidare la Méhari. Rimasta purtroppo solo un concept, è oggi il grande rimpianto degli appassionati italiani, un’occasione mancata che avrebbe potuto cambiare la storia delle nostre spiagge.

Dove trovarle oggi e il “Club di Cassis”
La Méhari non è un’auto che sta morendo; è un’auto che continua a essere “prodotta”. Grazie al Méhari Club Cassis, che ha acquistato gli stampi e i brevetti originali dalla Citroën, è possibile acquistare letteralmente ogni singolo pezzo necessario per costruire una Méhari da zero.
- Geografia del culto: Oltre alle zone costiere francesi (Costa Azzurra, Bretagna), la Méhari è onnipresente in Italia (Lampedusa, Sicilia, Sardegna, Costa Smeralda) e nelle Isole Baleari (Ibiza e Formentera). Qui, l’auto è diventata parte integrante dell’ecosistema turistico di lusso.
Il mercato: Prezzi e Restauro
- Base da restauro (10.000€ – 15.000€): Spesso necessita di un nuovo telaio e di una revisione completa del motore. Attenzione: se il telaio è compromesso, il costo del ripristino sale vertiginosamente.
- Esemplari perfetti (25.000€ – 35.000€): Auto che hanno subito un restauro conservativo o totale con pezzi originali.
- Serie Limitate: Le versioni Azur (bianco-blu, prodotta in soli 700 esemplari originariamente) e Plage (gialla) sono le più ambite e possono spuntare prezzi superiori in aste specializzate.
Aneddoti Curiosi
- La “Méhari-bili”: In alcuni villaggi turistici, le Méhari vengono utilizzate come veri e propri “taxi da spiaggia”. La capacità di smontare il tetto e ripiegare il parabrezza permetteva di caricare attrezzature da windsurf o pesanti casse di provviste con una facilità disarmante.
- Il Cinema: Oltre a Louis de Funès, la Méhari è apparsa in innumerevoli pellicole cult. È l’auto che “rende felice” chiunque ci salga. Nel film Le Grand Pardon o in diverse commedie anni ’70/’80, è sempre associata a personaggi che cercano una via di fuga dalla stressante vita cittadina.
- Simbolo di Legalità: L’auto di Giancarlo Siani è il simbolo più potente. Era un modello verde, targato NA, che il giovane giornalista usava per i suoi spostamenti a Napoli. Quell’esemplare, conservato come reliquia, ha viaggiato per l’Italia per testimoniare che anche un mezzo “di plastica” può portare con sé un peso morale enorme.
- Vip, Attori e Icone: La Méhari non è stata solo una compagna di vacanze, ma un accessorio di moda imprescindibile. Brigitte Bardot la utilizzò spesso per muoversi a Saint-Tropez, trasformandola in un’icona di stile intramontabile. Elvis Presley ne possedette una durante le riprese di Aloha from Hawaii. Nel cinema, la vediamo protagonista in I Gendarmi di Saint-Tropez con Louis de Funès, ma anche in film d’autore come Le cugine di Giorgio Capitani o nelle avventure di Tomas Milian nel cinema poliziottesco italiano, dove la sua agilità la rendeva perfetta per le scene d’azione nei vicoli angusti.
Guida Fai-da-Te: Dal Kit all’Asfalto
Costruirsi una Méhari oggi è possibile grazie alla disponibilità dei componenti del Mehari Club Cassis. Ecco i passaggi chiave:
1. Il progetto “Assemblaggio”
- La base: Partite da un telaio di una Citroën 2CV o Dyane (di cui la Méhari condivide la meccanica). È fondamentale sottoporlo a un trattamento di cataforesi e verniciatura a polvere per renderlo eterno.
- Il telaio tubolare: A differenza delle auto moderne, la carrozzeria in ABS poggia su un leggero telaio tubolare metallico che va fissato al pianale.
- Carrozzeria: Acquistate il kit carrozzeria completo (11 pezzi). Il montaggio richiede pazienza e precisione nel fissaggio dei rivetti e delle viti a vista, che sono il marchio di fabbrica estetico della Méhari.
2. Procedura Burocratica (Italia)
Questa è la parte più delicata:
- Auto Storica: Se state restaurando un telaio esistente con documenti originali, il passaggio di proprietà e la voltura storica sono la via standard.
- “Nuova costruzione”: Se utilizzate un telaio nuovo di ricambio (spesso fornito senza numero di telaio originale o con telaio “vergine”), vi troverete di fronte a un ostacolo normativo significativo. In Italia, la re-immatricolazione di un veicolo assemblato da zero è complessa. La strada maestra è utilizzare un telaio originale con documenti regolari e procedere alla sostituzione delle parti (restauro conservativo/totale), mantenendo la targa e il libretto originali.
- Iscrizione ASI/FMI: Una volta completato il lavoro, è vivamente consigliata l’iscrizione al Registro Storico. Questo vi permetterà di ottenere l’attestato di storicità, fondamentale per assicurazioni agevolate e per la circolazione in molte zone a traffico limitato (ZTL).
3. Messa in strada
- Test di sicurezza: Prima di andare in strada, controllate meticolosamente l’impianto frenante (che deve essere tarato perfettamente) e lo sterzo.
- Collaudo: In caso di restauro radicale, una visita in motorizzazione per il collaudo è necessaria se vengono apportate modifiche strutturali rilevanti. Tuttavia, limitandosi al ripristino di parti originali, basterà una revisione periodica in un centro autorizzato.
Un ultimo consiglio: Prima di iniziare, entrate in un forum o un gruppo di appassionati. La comunità dei “Méharisti” è estremamente attiva: troverete consigli su come allineare i pannelli in plastica e su quali motori revisionare per ottenere quel sound inconfondibile che fa subito estate.
Il lusso della semplicità
Possedere una Méhari nel 2026 significa opporsi alla deriva digitale dell’automobile moderna. Non ci sono schermi, non c’è connettività, non c’è isolamento dal mondo. C’è solo il rumore secco del bicilindrico, il profumo del mare e la consapevolezza che, se dovesse rompersi, basterebbe un cacciavite per farla ripartire. In un’era di auto che durano quanto uno smartphone, la Méhari è l’unica auto che non ha data di scadenza.




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