Ingranaggi di pensiero tra storia, musica e motori.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”


Inti-Illimani

Pubblicato da Gianluca

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Il Sole delle Ande nel Mangiadischi: Quando gli Inti-Illimani ci insegnarono a sognare

C’era un ronzio metallico particolare che precedeva la magia. Era il suono del mangiadischi, quel piccolo scrigno portatile che per noi ragazzini degli anni ’70 rappresentava la libertà. Infilavi un 45 giri e, improvvisamente, la cucina di casa o il salotto dei parenti sparivano.

Ricordo bene quel periodo, intorno al 1974. Mentre la mia passione per le macchine cresceva, la musica iniziava a scavare solchi profondi nella mia curiosità. Fu allora che incontrai loro: gli Inti-Illimani. Ascoltavo “El pueblo unido jamás será vencido” e ne rimanevo ipnotizzato. C’era una rabbia sommessa in quelle voci, una “cantilena” che non assomigliava a nulla di ciò che passava la radio. Era il lamento e il ruggito di un popolo lontano, che eppure sembrava parlarci da vicino.

Oggi, a distanza di anni, ho voluto scavare dietro quel poncho nero e scoprire l’anima e la filosofia di questo gruppo immortale. Ecco cosa ho scoperto.

Non chiamateli “contadini”: l’anima accademica

Spesso li abbiamo immaginati come musicisti di strada saliti per caso su un palco. In realtà, gli Inti-Illimani erano studenti di ingegneria dell’Università Tecnica di Santiago. Questa formazione scientifica è stata la loro forza: hanno applicato il rigore della ricerca alla musica popolare, trasformando la Nueva Canción Chilena in un progetto colto, dove la passione politica incontrava la precisione quasi matematica degli arrangiamenti.

Un nome che è un’alba

Il nome “Inti-Illimani” non è solo un suono esotico. È un atto di ribellione linguistica che fonde le lingue indigene Aymara e Quechua:

  • Inti: Il dio Sole degli Inca.
  • Illimani: La cima innevata che domina La Paz. Letteralmente significa “Il sole che illumina la montagna Illimani”. Portare queste parole nei teatri di tutto il mondo significava ridare dignità a una cultura che il colonialismo aveva cercato di soffocare.

Quel tragico 11 settembre in Italia

Il legame tra il gruppo e il nostro Paese è figlio del destino. Gli Inti arrivarono in Italia il 5 settembre 1973 per la Festa dell’Unità. Pochi giorni dopo, mentre visitavano la Basilica di San Pietro, arrivò la notizia del golpe di Pinochet. Quel tour si trasformò in un esilio durato 15 anni. Grazie all’aiuto di figure come Gian Carlo Pajetta, trovarono casa a Genzano e poi a Roma, diventando la voce della resistenza cilena nel mondo.

“In quel momento di smarrimento, l’incontro decisivo fu quello con Gian Carlo Pajetta. Figura storica del PCI, conosciuto come il ‘Ragazzo Rosso’ per la sua lunga lotta antifascista, Pajetta non fu solo un tramite burocratico. Grazie al suo carisma e alla sua sensibilità, si adoperò affinché l’Italia diventasse per loro una seconda patria, garantendo asilo e protezione a quei giovani musicisti che, da un giorno all’altro, avevano perso tutto.”

Più venduti dei Pink Floyd

Sembra incredibile oggi, ma nel 1976 gli Inti-Illimani dominavano le classifiche italiane, superando giganti del rock come i Pink Floyd. Non era solo per “moda politica”. La loro tecnica era sopraffina: basti pensare all’uso magistrale del tremolo o al fatto che brani moderni, come “Il mio nemico” di Daniele Silvestri, campionino ancora oggi i loro suoni (il flauto andino di “Alturas”). Hanno saputo unire il charango e la quena al violoncello e al contrabbasso, creando una “resistenza artigianale” contro l’omologazione.

“Ma qual era il segreto di quella ‘cantilena’ che ci stregava davanti al mangiadischi? Risiedeva in due strumenti dal cuore antico:

  • Il Charango: una piccola chitarra a dieci corde, nata dal genio indigeno che adattò i modelli spagnoli usando, in origine, il carapace di un armadillo per la cassa armonica. È lui a dare quel suono brillante e rapido che sembra un battito cardiaco accelerato.
  • La Quena: il flauto di canna delle Ande. Con la sua imboccatura a ‘U’, produce quel suono soffioso e ancestrale che evoca il vento delle montagne e quel senso di malinconia fiera che hai percepito ascoltando i loro dischi.

Questi legni e queste corde, uniti a strumenti classici come violoncello e contrabbasso, hanno creato un’orchestra unica, capace di rendere la musica di protesta complessa e universale.”

La memoria come difesa immunitaria

Oggi il gruppo è diviso in due formazioni (Histórico e Nuevo), ma il loro messaggio non è sbiadito. Jorge Coulón, uno dei fondatori, usa spesso una metafora potente: la memoria è una difesa immunitaria. Le dittature e l’indifferenza sono malattie che colpiscono quando le difese di una società si abbassano.

Un ponte di note: L’abbraccio artistico tra Italia e Cile

Il legame degli Inti-Illimani con l’Italia non è stato solo politico, ma si è trasformato in un dialogo artistico senza precedenti. Per anni, il gruppo ha vissuto a Genzano di Roma, diventando cittadini onorari non solo sulla carta, ma nel cuore della nostra musica d’autore.

La loro capacità di fondere il folklore andino con la sensibilità europea ha creato collaborazioni che hanno segnato la storia:

  • Lucio Dalla e la solidarietà: Il grande Lucio fu uno dei primi a sostenere la loro causa, condividendo palchi e battaglie. Gli Inti partecipavano gratuitamente alle lotte operaie, portando la loro musica nelle fabbriche occupate, spesso fianco a fianco con i big della canzone italiana.
  • La Nuova Compagnia di Canto Popolare: Il connubio con il gruppo napoletano fu folgorante. Due tradizioni popolari diverse — quella delle Ande e quella del Mediterraneo — si scoprirono sorelle nella dignità del canto di protesta e di speranza.
  • L’eredità in Daniele Silvestri: L’influenza degli Inti arriva fino ai giorni nostri. Uno dei riff più famosi della musica italiana recente, quello della zampoña (il flauto di Pan) nel brano “Il mio nemico” di Daniele Silvestri, è un campionamento diretto del loro pezzo strumentale “Alturas”. È la prova che il loro suono è diventato parte del nostro DNA sonoro.
  • Il presente con Giulio Wilson: Recentemente, il legame si è rinnovato con il cantautore toscano Giulio Wilson nell’album “Agua” (2023). Un disco che affronta temi moderni come il cambiamento climatico, dimostrando che gli Inti non sono un pezzo da museo, ma un’entità viva che continua a dialogare con la nuova generazione di autori italiani.

Questo intreccio dimostra che gli Inti-Illimani non ci hanno solo “prestato” le loro canzoni, ma hanno imparato a parlare la nostra lingua, non solo a parole ma attraverso una contaminazione strumentale che ha reso la musica italiana degli anni ’70 e ’80 molto più ricca e internazionale.


Riascoltando oggi quei brani, non sento più solo la “cantilena” di un ragazzino curioso. Sento la vibrazione di una storia che ci appartiene. Gli Inti-Illimani ci hanno insegnato che la musica non serve solo a viaggiare con la fantasia, ma a restare svegli, uniti e, soprattutto, umani.

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