Ingranaggi di pensiero tra storia, musica e motori.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”


L’Austerity del 1973-1974

Pubblicato da Gianluca

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Il Silenzio che sapeva di Festa: Ricordi di un’Austerity a misura di Bambino

C’è un profumo particolare che la memoria associa all’inverno del 1973. Non è l’odore acre dei tubi di scappamento che aveva invaso le città durante il boom economico, ma quello della terra umida, dell’erba che tornava a respirare e dei camini accesi. Per chi, come me, in quell’anno era solo un ragazzino, l’Austerity non fu una parola minacciosa pronunciata dai telegiornali in bianco e nero, ma l’inizio di una straordinaria avventura collettiva.

Quando il mondo si fermò (e noi iniziammo a correre)

Il 30 novembre 1973, il Presidente del Consiglio Mariano Rumor annunciò agli italiani che l’epoca dell’energia facile era finita. La Guerra del Kippur aveva chiuso i rubinetti del petrolio e l’Italia, improvvisamente vulnerabile, rispose con il Decreto Legge 304. Fu un blackout programmato: bar e cinema chiusi alle undici di sera, serrande dei negozi abbassate alle sette, e l’iconico spostamento del Telegiornale alle ore 20:00 per spingere le famiglie ad andare a letto prima.

Ma per un bambino, la politica era un rumore di fondo. Ciò che contava era la domenica. Ricordo il rito del “pari o dispari”: si controllava l’ultima cifra della targa per capire se l’auto di famiglia potesse circolare. Spesso la risposta era “no”, e quel divieto si trasformava magicamente in libertà.

Lo scacchiere del deserto: perché finì la benzina?

Per capire quel silenzio nelle nostre strade, dobbiamo guardare lontano, alle sabbie del Medio Oriente. Tutto ebbe inizio il 6 ottobre 1973, nel giorno della festività ebraica dello Yom Kippur. Inaspettatamente, una coalizione di paesi arabi guidata da Egitto e Siria attaccò Israele. Il conflitto fu breve ma violentissimo, e le conseguenze geopolitiche furono un terremoto per l’intero Occidente.

I paesi arabi esportatori di petrolio (riuniti nell’OPEC) decisero di usare il greggio come una vera e propria arma diplomatica. Per punire le nazioni che sostenevano Israele – inclusi gli Stati Uniti e l’Europa – tagliarono drasticamente la produzione e imposero un embargo. In pochi mesi, il prezzo del barile quadruplicò, passando da circa 3 dollari a quasi 12 dollari.

L’Italia al bivio: il crollo del “Miracolo”

Per l’Italia fu uno shock brutale. Il nostro Paese, nel pieno del suo sviluppo industriale, dipendeva quasi totalmente dalle importazioni di petrolio per produrre energia. L’inflazione schizzò alle stelle e il governo di Mariano Rumor si trovò con le spalle al muro: le riserve di valuta estera stavano finendo e non c’erano più soldi per comprare il carburante necessario a far muovere milioni di Fiat 500 e 128.

Fu allora che la politica dovette fare una scelta senza precedenti: razionare il consumo. Non era solo una questione di risparmio energetico, ma una vera e propria economia di guerra in tempo di pace. L’Austerity non fu dunque un capriccio ecologista ante litteram, ma una manovra d’emergenza per evitare il collasso finanziario dello Stato.

Le autostrade come parchi giochi

Senza il rombo dei motori, l’Italia scoprì un silenzio siderale. Le strade, solitamente assediate dal traffico frenetico del Miracolo Economico, divennero il nostro regno. Io tiravo fuori i pattini a rotelle e, insieme a migliaia di altri ragazzini, invadevo l’asfalto. Le città si riempirono di undici milioni di biciclette, tandem, e persino carretti trainati da cavalli.

Vedere gli adulti – solitamente così seri e preoccupati per l’evolversi della situazione internazionale – sorridere mentre camminavano in mezzo alla carreggiata era uno spettacolo incredibile. C’era una “democrazia del sacrificio” che univa tutti: persino il Presidente Giovanni Leone e Papa Paolo VI si spostavano in carrozza. Se il potere andava a cavallo, noi potevamo benissimo riappropriarci dei colli e dei parchi cittadini a piedi.

La riscoperta del “Noi”

L’Austerity ci costrinse alla condivisione. Le domeniche non erano più fughe solitarie verso mete lontane, ma lunghe passeggiate di famiglia, braccio sotto braccio, riscoprendo gli angoli nascosti del proprio quartiere. C’era una spensieratezza strana, quasi una sfida gioiosa al dramma energetico. La natura sembrava riprendersi i suoi spazi e noi, per la prima volta, rallentavamo il passo per osservarla.

Negli occhi dei grandi leggevo la preoccupazione per il futuro e per il costo della vita, ma in casa l’atmosfera era quella di una festa prolungata. Si stava uniti, si parlava di più, si giocava a lume di candela quando le restrizioni elettriche lo imponevano.

Una lezione (quasi) dimenticata

Oggi, con le crisi energetiche moderne e la sensibilità ecologica che bussa alle nostre porte, quel 1973 appare come un grande laboratorio sociale. Fu la prima volta che l’Occidente capì che le risorse non sono infinite, una lezione che il “Club” di Roma aveva predetto solo un anno prima.

Per molti storici l’Austerity fu una “grande occasione persa”, un breve interludio prima di tuffarsi negli eccessi degli anni Ottanta. Ma per chi ha vissuto quelle domeniche a piedi con i pattini ai piedi, non è stata un’occasione persa. È stato il momento in cui abbiamo imparato che la felicità non dipende da quanti litri di benzina abbiamo nel serbatoio, ma dalla capacità di trasformare un limite in un’occasione di unità.

Cinquant’anni dopo, quel silenzio domenicale resta uno dei ricordi più rumorosi e felici della mia infanzia: la prova che, quando il mondo si spegne, a volte è proprio allora che iniziamo a vederci davvero.

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