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“Geordie” ballata di Fabrizio de Andrè”

Pubblicato da Gianluca

il

Geordie: Molto più di una ballata

Il fascino oscuro e la rivoluzione di De André dietro la “corda d’oro”

Introduzione: Un ponte nella nebbia

Immaginate una nebbia fitta e lattiginosa che avvolge il London Bridge nelle prime ore del mattino. È in questa sospensione atmosferica, tra il resoconto di cronaca e la trasfigurazione leggendaria, che scorgiamo una fanciulla piangere per il destino del suo amato. Per molti, il nome “Geordie” rievoca il battito sintetico di un tormentone italo-dance dei primi anni 2000; per altri, rappresenta l’archetipo del folk impegnato. Eppure, dietro questa melodia apparentemente lineare si nasconde un’origine secolare e un’urgenza politica che attraversa i secoli. Il nostro obiettivo è attraversare quel ponte nebbioso per decodificare come una ballata del XVI secolo sia stata trasmutata da Fabrizio De André in un lucido manifesto contro l’inevitabilità dell’ingiustizia sociale.

Non è farina del sacco di Faber (ma un tesoro del XVI secolo)

Sebbene nell’immaginario collettivo italiano il brano sia indissolubilmente legato alla voce di De André, Geordie è in realtà un prezioso reperto della tradizione britannica nato intorno al 1500. Fu catalogata ufficialmente nella seconda metà del XIX secolo dal filologo Francis James Child, che la inserì al numero 209 della sua monumentale raccolta, le Child Ballads.

Fabrizio De André non trasse questa gemma da polverosi archivi, ma dal vivo scambio culturale con Maureen Rix, la sua insegnante d’inglese (e voce femminile nella storica versione del 1966), la quale gli fece scoprire la ricchezza del patrimonio folk anglosassone. La ballata è una vera “viaggiatrice del tempo”: è migrata tra Scozia, Inghilterra e Irlanda, attraversando l’oceano fino al Canada e agli Stati Uniti, mutando pelle ma conservando intatto il proprio nucleo tragico.

“As I walked out over London bridge / one misty morning early / I overheard a fair pretty maid / was lamenting for her Geordie”

La realtà dietro il mito: Chi era il vero Geordie?

L’analisi storica identifica il protagonista della ballata in George Gordon, marchese di Huntly. Nel 1589, Gordon fu condannato a morte per alto tradimento dopo essersi ribellato contro Giacomo VI di Scozia. Tuttavia, la realtà storica diverge drasticamente dal tragico epilogo poetico: nella vita reale, Gordon fu graziato e liberato grazie a una sapiente manovra diplomatica e all’influenza della sua potente famiglia, che pagò un riscatto per evitare una rottura irreparabile tra la Corona e i suoi alleati storici.

Se le versioni scozzesi più arcaiche conservano la memoria di questo riscatto, la tradizione inglese dal XVIII secolo in poi ha operato una sterzata verso la tragedia. Questo cambiamento non è casuale: riflette l’inasprimento sociale in un’Inghilterra dove il bracconaggio nelle riserve reali era diventato un crimine capitale. La ballata ha preferito sacrificare la risoluzione diplomatica sull’altare del pathos drammatico, trasformando un caso politico in un’esecuzione ineluttabile.

L’ossimoro del “Privilegio Raro”: La nobiltà del patibolo

Quando De André canta che essere impiccati con una corda d’oro “è un privilegio raro”, non sta facendo della cronaca, ma della satira tragica. Questa frase agisce su tre livelli di significato:Il sarcasmo dell’uguaglianza negata Per De André, l’anarchico che vedeva nell’uomo l’unico valore assoluto, l’idea che esistano “modi migliori” di morire in base al sangue è un’assurdità logica. Definire la morte un “privilegio” è un ossimoro violento: il privilegio dovrebbe servire alla vita, non alla sua soppressione. Faber sottolinea come la società di classe cerchi di marchiare la sua superiorità persino nell’istante del nulla, distinguendo il collo di un nobile da quello di un poveraccio attraverso il metallo prezioso.La “Corda d’Oro” come feticcio del Potere Il privilegio è “raro” perché la legge lo riserva a pochi. Ma è un privilegio che non salva. Qui emerge la critica al formalismo: lo Stato si preoccupa della forma dell’esecuzione (l’oro, la rarità) per distogliere l’attenzione dalla sostanza (l’uccisione di un ragazzo di vent’anni per sei cervi). L’oro diventa una sorta di risarcimento estetico che il Potere offre alla vittima per mettersi in pace con la coscienza.La rarità della vittima C’è anche un’interpretazione più sottile: Geordie è raro non solo per il suo lignaggio, ma per la sua purezza. In un mondo di leggi ferree e cuori di pietra, un giovane che ruba per amore è un’eccezione, un fiore nel fango. Il “privilegio raro” diventa allora il marchio del sacrificio: Geordie è il capro espiatorio ideale, colui che deve morire affinché la Legge possa ribadire la sua autorità assoluta.In sintesi: Con questa frase, De André ci suggerisce che non esiste “buona morte” se essa è impartita da una legge ingiusta. L’oro della corda non brilla di luce propria, ma riflette il gelo dello scettro del Re.

Il tocco di Faber: Dalla spavalderia alla fame

Nel 1966, De André opera una decostruzione semantica fondamentale, trasformando un fuorilegge spavaldo in una vittima della necessità. Nelle versioni originali, Geordie ruba spesso per ribellione o noia aristocratica. Faber sposta il fuoco sul movente umano:

  • Il Movente: Il Geordie di De André non ruba per vizio, ma per “sfamare il suo amore”. Il reato diventa un delitto di necessità, una sfida al superfluo del sovrano per garantire la sussistenza minima.
  • La Figura del Re: Da monarca assoluto, il Re si trasforma in un elemento funzionale del sistema, impotente di fronte al mostro normativo che lui stesso rappresenta.
  • La Voce della Donna: Essa non è più solo una supplice, ma una testimone civile che urla il nome dell’amato per le strade, trasformando il dolore privato in una denuncia pubblica e collettiva.

“Rubò sei cervi nel parco del re / vendendoli per denaro”, recita Faber, sottolineando che Geordie non rubò mai “un frutto o un fiore raro” per galanteria, ma solo per pura sopravvivenza.

Quando la Legge diventa un mostro burocratico

La visione anarchica e profondamente moderna di De André emerge nella rappresentazione del giuridismo asettico. Nella sua versione, la Legge non è più l’espressione della volontà di un uomo, ma un’entità autonoma, una macchina impersonale e sorda che sovrasta persino chi detiene lo scettro.

“Neppure il Re… Geordie potrà salvare / perché la legge ha scritto così”. Queste parole descrivono lo Stato come un meccanismo che ha sostituito la coscienza umana con un codice scritto. Per De André, la tragedia non risiede solo nella morte di un giovane, ma nell’orrore di un sistema dove l’umanità è stata completamente espunta a favore della norma burocratica.

Una danza macabra in tempo di valzer

Musicalmente, Geordie vive di un contrasto ipnotico. L’uso del tempo in 3/4, tipico del valzer, crea un ritmo cullante che stride drammaticamente con il tema dell’esecuzione.

  • L’Arpeggio Circolare: La struttura ripetitiva della chitarra suggerisce la circolarità dell’ingiustizia, un destino ineluttabile da cui non c’è scampo.
  • Il Flauto Dolce: Con il suo timbro pastorale, evoca l’innocenza dei cervi e la giovinezza violata del protagonista (“non ha vent’anni ancora”), contrastando con la cupezza del patibolo.
  • L’Interpretazione di Faber: De André canta come un “narratore etico”, con un tono calmo e distaccato. Questa scelta evita il sentimentalismo facile, costringendo l’ascoltatore a farsi carico dell’indignazione morale.

Un monito che attraversa i secoli

Geordie non è la semplice cronaca di un furto, ma un manifesto sulla dignità degli ultimi e sull’inumanità di certi apparati legali. Attraverso i secoli, questa ballata ci ricorda che la giustizia formale può essere il peggior nemico della moralità umana quando perde di vista la carne e il sangue degli individui.

Nel chiudere questa analisi, resta un interrogativo che interpella la nostra contemporaneità: nel nostro mondo iper-regolamentato, quante “corde d’oro” esistono ancora? Quanti linguaggi burocratici e maschere legali utilizziamo oggi per abbellire le profonde ingiustizie sociali che continuano a schiacciare chi ruba, metaforicamente o realmente, solo per “sfamare il proprio amore”?

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